L'opinione di Giovanni Saracco

30 ago 2013

Spie del malessere che serpeggia in noi e tra noi.

La grandine gli aveva seriamente danneggiato la carrozzeria dell’auto in leasing e lui, verso i cinquanta, ben portati, con due figli di 13 e 4 anni, l’ha appena consegnata per la riparazione, ritirando quella di cortesia per il tempo occorrente.

All’uscita del garage sosta non più di due minuti, per accertarsi che tutto funzioni a dovere, trattandosi di un veicolo col quale non ha dimestichezza.

Durante questo breve lasso di tempo, gli si avvicina una signora sui quarantacinque che l’apostrofa: “ti vuoi muovere testa di c….?”.

Pochi secondi per riflettere, poi: “scusi signora, mi si è spento il motore e sto vedendo cosa fare, abbia pazienza”.

Sbuffando e biascicando improperi, la virago risale in auto, retrocede e s’allontana, ripresentandosi dopo qualche minuto; il cinquantenne è ancora lì che armeggia, ella attende invano un po’ e se ne rivà senza proferire verbo.

Alla terza volta l’uomo, sporgendosi dal finestrino: “proprio adesso sono riuscito a rimetterlo in moto, mi scusi, buongiorno”. E s’allontana.

Qualche giorno dopo lo stesso signore sta camminando col figlio più grande sul marciapiede; poco distante un uomo sui quaranta copre di volgarità una giovane addetta al controllo della regolarità delle auto in sosta, agitandole sotto il naso un verbale elevatogli testé: “s……, p……, merdaccia, b…..nara”, la sintesi del florilegio urlato.

Il signore si avvicina e rivolgendosi all’energumeno: ”giovanotto, non le pare di esagerare?”. “fatti i c…. tuoi” è la risposta a muso duro. Il primo si allontana col figliolo e l’altro, bofonchiando tra sé, ripone la contravvenzione sotto il tergicristallo della sua auto e li supera a piedi andando nella stessa direzione. Poi repentinamente si volta, fa qualche passo verso di loro e tenta di colpire con una testata il papà, che lo respinge energicamente. Il malcapitato sorpreso barcolla, si riprende e se ne va.

Spie del malessere che serpeggia in noi e tra noi, che per non diventare escalation ha bisogno di essere arginato da un’equivalente dose di umanità attiva, espressa da quanti ne dispongono.

Mentre a chi di dovere compete operare per rimuovere le cause che lo determinano.

 

 

 

27 ago 2013

Pasticcini dell'Albatros e Asti spumante.

La solita passeggiata in mare di primo mattino d’aiuto ai ginocchi usurati, effettuata in assenza di peso, cioè con l’acqua al collo, salvagente da schiena per stare eretto e sollevato, cappello e occhiali per ripararsi dal sole e dal suo fastidioso riverbero; una lieve brezza salmastra che spira verso terra.

Tutto bene fino a metà percorso: articolazioni sciolte, lambite a mo’ di massaggio accentuato dal passo, e addirittura indotte ad un accenno di corsetta.

Alla sensazione di benessere contribuisce il panorama: il monte sulla destra, lussureggiante di vegetazione con resinose autoctone e sottobosco di flora spontanea mediterranea (purtroppo incolta, ma occorre entrare nel folto per accorgersene); l’ampia distesa del mare increspata a manca, che si confonde con il cielo sull’orizzonte.

Nessun’altra presenza umana nell’intorno visuale.

Nel punto prestabilito inversione del senso di marcia con cambio di scenario: mare sulla destra e monte dall’altro lato.

Il sole alle spalle rischiara il fondo sabbioso modellato dal moto ondoso; l’appoggio dei piedi è lieve, giusto una carezza.

Ad un tratto una scossa proditoria e violenta come di scarica elettrica colpisce l’avanbraccio destro, che istintivamente si scuote e con esso tutto il corpo.

Attimi di sgomento, gli occhiali cadono in acqua, uno sguardo all’arto già arrossato e gonfio dal gomito in giù con bruciore intenso.

Non può essere stato un fulmine a ciel sereno, e allora cosa?

Ma la medusa diamine, e data l’entità del morso anche di notevole dimensione.

Una buona risposta del sistema immunitario associata ad alcune applicazioni di crema antistaminica con cortisone, hanno risolto il problema.

Qualche giorno dopo un giovane ha trovato in mare un paio di occhiali, subito consegnati al bagnino; proprio quelli persi durante l’incidente.

La sequenza di eventi felicemente conclusa è stata solennizzata dagli interessati con pasticcini dell’Albatros e Asti spumante, connubio mai così ben riuscito e goduto.

 

 

 

Ciau Mario.

È morto Mario Valpreda nato ad Asti nel 1937.

Lo conobbi da parlamentare nella seconda metà degli anni ’90 in occasione del morbo della mucca pazza.

Come direttore dell’Istituto zooprofilattico sperimentale del Piemonte, Liguria e Valle d’Aosta prima, poi come apicale della sanità in Regione Piemonte, si batté per debellare le malattie bovine. Operando con lungimirante competenza e adottando misure anche drastiche, ottenne risultati d’eccellenza di cui tutti si giovarono.

Eletto consigliere regionale nel 2005 in lista con Rifondazione Comunista, divenne assessore alla salute nella giunta di Mercedes Bresso.

Tutto d’un pezzo non lesinò dedizione, tempo, energie e l’espressione concreta del senso di responsabilità e del dovere nell’espletamento delle sue funzioni.

Strenuo fautore e difensore di quanto di buono e giusto si poteva realizzare nelle situazioni in cui operava.

Grande sportivo, competeva alla pari con Arese più volte campione, quando si allenavano insieme.

Godere della sua amicizia è stato un privilegio.

Mario, compagno caro, che la terra ti sia lieve.

 

 

 

 

19 ago 2013

La legge è uguale per tutti.

Mentre l’Italia sta tirando un po’ il fiato la Cassazione ha recentemente condannato in via definitiva Silvio Berlusconi per frode fiscale, cui sono seguite le reazioni dell’interessato, del Pdl, del Partito Democratico, delle altre forze politiche e di quanti si occupano della vicenda.

Anche da noi, come in tutte le democrazie occidentali, gli eletti a cariche pubbliche sono soggetti alla legge come gli altri cittadini. Indipendentemente dal fatto che abbiano ricevuto tanti voti o meno e dai ruoli ricoperti. Infatti nelle aule di giustizia campeggia la scritta: “La legge è uguale per tutti”.

Nelle democrazie occidentali una persona condannata con sentenza passata in giudicato si dimetterebbe da ogni carica pubblica.

Se il condannato fosse un leader di partito, il partito stesso provvederebbe a sostituirlo prima possibile per evitare il disdoro che deriverebbe dal protrarsi della sua permanenza in carica.

L’Italia è nel novero delle democrazie occidentali il paese garantista per eccellenza, con tre gradi di giudizio e con la presunzione di innocenza fino alla condanna definitiva (art. 27 Costituzione).

Dopodiché la sentenza si applica senza se e senza ma.

Sia che assolva, sia che condanni.

Più alta è la carica pubblica che si ricopre, maggiore è la responsabilità e l’obbligo di rispettare questi principi basilari.

Fatte salve le possibilità di ricorrere alla Corte Europea dei diritti dell’uomo, o di chiedere la grazia o la commutazione della pena al Presidente della Repubblica (art. 87 Costituzione).

Per avvalersi di queste possibilità debbono ricorrere le condizioni e debbono essere osservate le procedure e le modalità previste.