L'opinione di Giovanni Saracco

29 mar 2018

Comandare e governare.

Le difficoltà a fare partire la nuova legislatura dopo i risultati delle elezioni politiche del 4 marzo 2018 sono numerose e importanti soprattutto perché non si hanno precedenti cui rifarsi e stanno cambiando molte cose nel modo di fare politica, sulla spinta di problemi ritenuti vitali da un rilevante numero di cittadini.

Il tutto si può riassumere nel fatto che gli elettori hanno chiesto direttamente e con insistente consapevolezza che la politica risolva i loro problemi; ed i partiti a questo devono rispondere in relazioni ai ruoli e poteri scaturiti dai risultati delle elezioni.

Un potere che va utilizzato tenendo presente la differenza tra comandare e governare in democrazia.

Comandare significa in sostanza proporre un programma ed una squadra che lo porti avanti da protagonista, con dei comprimari non indispensabili che accettano questo ruolo in cambio di qualche contentino.

Governare significa accordarsi con altri co-protagonisti indispensabili per costruire una maggioranza con un programma auspicabilmente di legislatura e si organizzi per attuarlo.

Va da sé che questa seconda modalità si addice alla situazione in cui ci troviamo, dove anche le opposizioni sono chiamate a svolgere un ruolo nuovo, certo sempre di controllo dell'attività della maggioranza, ma non con l'intento di dimostrarne a tutti i costi l'insufficienza e l'incapacità, quanto piuttosto sollecitarla, pungolarla con il meglio di sé a dare a sua volta il meglio. Cosicché siano gli elettori e non solo i partiti a orientare la politica affinché risolva i problemi dei più: persone, famiglie, aziende in difficoltà a causa di ingiusti trattamenti cui porre rimedio.

Ricordando sempre che trattare in modo uguale soggetti in partenza disuguali significa perpetuare le disuguaglianze, che invece vanno risolte per consentire a tutti di esprimere il meglio di sé.

E non mitizzare l'importanza delle tecnologie informatiche certamente utili e giovevoli per aiutare la politica, ma non sostituirla.

Se vogliamo, come dovremmo volere, che la politica continui ad essere parte essenziale della vita di ciascuno di noi.

 

28 mar 2018

Odissea di una famigliola.

L'Odissea di una famigliola che le vicissitudini della vita l'hanno costretta ad inventarsi un lavoro.

Geometra eclettico lui, ben diplomata lei, la primogenita sui vent'anni, diciassette il fratello.

Per anni fittavoli agricoli, gran lavoro con impegno anche in iniziative a latere: agriturismo, cascina didattica. Va tutto bene ma non hanno il pelo occorrente né il comando imperioso. Alla fine ce la fanno a chiudere in pareggio.

Ed ora che fare?

Dissodano a forza di braccia un terreno a bosco spontaneo ed impiantano un'aziendina di ortofrutta biologica. La primogenita si mette alla prova nel lavoro che gradisce: diventare brava pasticcera; il fratello aiuta i genitori nell'intrapresa: lavoro in serra, soprattutto di spalla al papà; la mamma vende i prodotti sui mercati con un banco essenziale.

Per trovare i posti va alla "spunta", cioè si presenta di buon mattino sui mercati e aspetta che i vigili urbani le diano un posto; alcune volte va a vuoto e rientra a casa senza potersi guadagnare la giornata. Con fatica riesce a farsi riconoscere la priorità che una legge della Regione Piemonte attribuisce alla vendita dei prodotti biologici.

Il plateatico, cioè quanto si paga per occupare il suolo pubblico sui mercati, è diverso da Comune a Comune: da pochi euro per ogni giorno di mercato fino a 25 euro nel capoluogo regionale. Un "pizzo" che nel loro caso supera spesso il 10% dell'incasso.

Con certosina pazienza e tenace determinazione riescono a tenere botta ed assicurarsi un posto certo sui mercati per tutti i giorni della settimana, non disdegnando di frequentare quelli distanti anche parecchie decine di chilometri dall'azienda.

Un'attenzione particolare viene prestata alle modalità con le quali si produce sui due ettari del fondo, innanzitutto migliorando le caratteristiche del terreno con prodotti naturali concimi compresi ed utilizzando sementi e piante di qualità. Poi il severo rispetto delle norme vigenti per prodotti biologici per quanto concerne parassiti e simili.

L'entusiasmo, la dedizione, la voglia, e la soddisfazione di riuscire stanno compiendo il miracolo, consentendo di guardare al domani con l'ottimismo della volontà.

 

22 mar 2018

Costi quel che costi.

Sono passati quarant'anni dal rapimento ed assassinio di Aldo Moro, presidente della Democrazia Cristiana ed in predicato per diventarlo anche della Repubblica, per mano delle Brigate Rosse.

Un gruppo di forsennati che tenne sotto scacco lo Stato negli anni settanta del secolo scorso.

Chi ne orientò effettivamente l'azione, o le manipolò o interferì, non è tutt'ora certo; la tragica vicenda dello statista si inquadra in questo contesto.

L'intervista al figlio Giovanni ("la Repubblica" 13 marzo 2018) dà conto di come stanno le cose e termina così: "Ma oggi lei è più interessato alla verità o alla giustizia? La verità è l'unica forma di giustizia possibile. È la verità che fa giustizia" risponde Giovanni.

La verità con la "v" minuscola, perché quella con la "V" maiuscola non è di questo mondo.

Quindi è questa verità che dobbiamo continuare a cercare, soprattutto tenendo conto del lavoro istituzionale che Aldo Moro stava compiendo: quello di portare a responsabilità di governo il Partito Comunista di Enrico Berlinguer, che ad una delle assise del comunismo mondiale affermò l'esaurirsi della spinta al cambiamento espressa da tale forza.

Quindi due precursori di politiche che oggi diamo per scontate ma che allora mettevano in discussione equilibri e interessi enormi.

Che non impedirono ad entrambi di fare quello che ritenevano necessario e giusto fare, consapevoli delle fatiche e dei rischi anche personali cui andavano incontro. Mettendo al primo posto i vantaggi che ne derivavano in termini di equità e giustizia sociale e di applicazione e realizzazione della Costituzione.

Idealità forti e menti eticamente motivate e determinate, così da annoverare Aldo Moro ed Enrico Berlinguer tra quanti ne onorarono il dettato di svolgere le funzioni loro affidate" con disciplina ed onore".

Costi quel che costi.

15 mar 2018

Amiamo.

Un insegnamento del Papa, un fatterello di vita quotidiana, parole di Ciriaco De Mita a "Che tempo che fa" RAI 1 dell'11 marzo scorso confermano che i sentimenti con la capacità di amare al primo posto, la fiducia nei rapporti tra le persone e la qualità dei pensieri sono elementi importanti su cui puntare per risolvere i problemi che ci angustiano.

Papa Francesco ha perentoriamente affermato: "Non lamentiamoci, amiamo: gli abbracci aprono il cuore". La fotografia a corredo lo ritrae abbracciato ad una persona di spalle che mi piace pensare donna di mezz'età.

L'amore come dono di sé per sé e verso gli altri apre il proprio cuore e sollecita l'altrui: un sentimento che da personale diventa stile di vita coinvolgente.

Alla portata di chiunque purché lo si desideri e pratichi negli atti normali, comuni, quotidiani, induce virtuosa emulazione.

Un collaudato rapporto fiduciario tra due persone è venuto meno per un atto affermato da una e negato dall'altra

Le implicanze di ciò hanno coinvolto altre persone chiamate poi a decidere che fare. Gli elementi a disposizione non consentivano di provare come effettivamente stessero le cose.

Nel dubbio queste persone hanno proposto alle due direttamente interessate di confermarsi fidenti l'una dell'altra, di migliorare alcune procedure e puntare sulla irreprensibilità dei rispettivi comportamenti; irreprensibilità considerata un valore da praticare e salvaguardare e capace di dimostrare nel tempo che quanto avvenuto tra loro è stato un imponderabile.

Ciriaco De Mita democristiano di lungo corso con importanti ruoli ricoperti nel partito e nelle istituzioni, ha attribuito alla penuria di pensieri di adeguata qualità le attuali difficoltà della politica e dei partiti che ne sono l'espressione. Ha poi raccontato di un suo cordiale conversare con Gorbaciov e sua moglie, durante il quale l'allora Presidente dell'Unione Sovietica a proposito di valori, si domandò: ma cos'è una persona senza spiritualità?

 

8 mar 2018

Per quanto ne capisco.

Provo a dire per quanto ne capisco.

Domenica 3 marzo scorso gli elettori hanno scelto di mettere alla prova di governo la coalizione di centrodestra a trazione Matteo Salvini ed il M5S con leader Luigi Di Maio.

Affidando alla coalizione di centrosinistra col Partito Democratico – insieme con quanto sta alla sua sinistra a partire da Liberi e Uguali – il ruolo di oppositori.

La prova inizierà con l'elezione da parte del Senato del suo Presidente; analogamente per quanto concerne la Camera dei Deputati.

E proseguirà con l'incarico del Presidente della Repubblica ad una persona – verosimilmente di una delle due forze politiche menzionate oppure di uno dei presidenti dei due rami del Parlamento – di esplorare la possibilità di mettere insieme una maggioranza capace di esprimere un governo da sottoporre al voto di fiducia del Parlamento unitamente al programma che intende realizzare.

Programma magari ambizioso, una sorta di miracolo, oppure più modesto ma essenziale, consistente nella messa a punto della legge elettorale vigente ov'essa non ha portato al risultato di eleggere una maggioranza ed una opposizione di legislatura.

Dopodiché si andrà a nuove elezioni auspicando di ottenere questo risultato. Da utilizzare anche nel tempo a venire, cioè maggioranza e opposizione che si alternano alla guida del Paese con naturalezza, considerando le differenze uno stimolo positivo e la diversità dei programmi come capacità di esprimere il meglio nel momento dato, dal punto di vista degli interessi generali e del bene comune.

Accorti nel fare tesoro soprattutto degli errori per non ripeterli; senza privarsi del contributo degli erranti che se ne fanno carico.

Con la Costituzione come stella polare per tutti, indigeni e migranti.

E la presenza da protagonisti nell'Unione Europea in divenire; a sua volta protagonista continentale nel mondo globale.

 

5 mar 2018

A votare un'altra volta ?

Si accennano gli esiti di massima delle elezioni politiche tenutesi domenica 4 marzo 2018.

Ha votato quasi il 73% degli elettori.

Il M5S ha conseguito un risultato poco oltre il 32% dei voti.

La coalizione di centrodestra ha ottenuto circa il 37% dei voti.

La coalizione di centrosinistra ha ricevuto circa il 22,9% dei voti.

A Liberi e Uguali è andato il 3,3% dei consensi.

Buona la percentuale dei votanti.

In linea con le previsioni il risultato del M5S.

Nel centrodestra la Lega di Salvini ha ottenuto più voti di FI con Berlusconi: Sotto le attese Fratelli d'Italia di Giorgia Meloni.

Meno voti di quanti attesi, previsti, auspicati, sperati e forse meritati per il centrosinistra, con una flessione più accentuata del Partito Democratico votato da poco meno del 20% degli elettori.

Modesto il risultato di Liberi e Uguali.

Nessuna forza politica ha ottenuto la maggioranza in Parlamento. Occorreranno quindi intese tra forze politiche da cercare con modalità costituzionali che fanno capo al Presidente della Repubblica Sergio Mattarella.

Queste intese dovranno essere confermate dal voto di fiducia del Parlamento sul governo che ne scaturirà.

Nel frattempo il governo Gentiloni continuerà a lavorare per gli affari correnti.

Qualora non si pervenisse ad intese tra le forze politiche e non si riuscisse a formare il nuovo governo si andrebbe a votare un'altra volta.

In tale eventualità sarebbe utile mettere prima a punto l'attuale legge elettorale in quelle parti dove ha manifestato squilibri e inadeguatezze.