L'opinione di Giovanni Saracco

25 ott 2016

Frigorifero e lavatrice.

L'intrusione nei sistemi informatici altrui è motivo di recenti diatribe  Stati Uniti - Russia che si rimpallano l'accusa di avere innescato la sottrazione di informazioni per spenderle a proprio vantaggio.
Paradossalmente accosto questo fatto al continuo "smanettare" di una moltitudine di persone, specie giovani, sulle mirabili diavolerie che stanno in una mano e consentono di girare il mondo a piacimento.
L'attenzione verte su come difendersi nelle due situazioni.
Nel primo caso ho poco da dire essendo un principiante della disciplina cibernetica e nell'uso degli strumenti relativi; anche se si tratta di ingerenze gravide di conseguenze negative tra Stati; che sono comunque meno peggio dei conflitti armati che continuano a mietere vittime umane ed a causare distruzioni ed atrocità inaudite.
Circa l'utilizzo anche inappropriato di quanto offre il mercato con insistenze e cadenze sospette riguardo la loro utilità a soddisfare bisogni veri, conviene educarci a capire se e quanto benessere se ne ricava; ricordando la migliore qualità di vita che s'ottenne – per dirne una - con l'invenzione  dell’essenziale frigorifero e della lavatrice.
Quindi difesa contro la pirateria cibernetica consistente però in qualcosa di più intelligente ed evoluto di una semplicistica ritorsione con la stessa logica dell'offesa subita provocatoria ed eticamente riprovevole.
Nei confronti dello "smanettare" inteso come utilizzo più seducente che proprio, evitare come la peste di diventarne succubi fino ad assumere lo strumento come fine e non come mezzo per la migliore realizzazione di sé nella società umana composita, solidale, giusta ed in  pace.
P.S. I sistemi informatici nel mondo globale sono a rischio anche perché alla loro complessità non corrispondono necessarie diffuse competenze ed etica Cioè siamo un po’ tutti alla loro mercè.


19 ott 2016

Amo il Senato.

Amo il Senato e considero un privilegio il laticlavio di cui gli elettori astigiani ed acquesi (collegio uninominale con meno di 200.000 elettori) hanno idealmente bordato il mio vestito nella stagione dell'Ulivo 1996-2001, XIII^ legislatura della Repubblica.

Il tema ormai ineludibile è la riforma del Senato ed altro oggetto del referendum del 4 dicembre prossimo.

Si andrà a votare "Sì" o "No" ai quesiti scritti sulla scheda elettorale; se vincerà il "Sì" la riforma si attuerà se prevarrà il "No" le cose resteranno come sono.

In cosa consista la riforma è oggetto di ampio ed anche aspro dibattito in corso che ne chiarisce gli aspetti più reconditi. Che si sentisse la necessità di farla è documentato da numerosi tentativi nel tempo non andati a buon fine.

Se è la quintessenza di quanto s'attendeva non so; sappiamo però che il suo percorso parlamentare è stato lungo ed impegnativo, consentendo di ricuperare ogni contributo utile per migliorare il testo sul quale gli elettori sono chiamati ad esprimersi.

Per certo il Senato rimane seppure ridotto da 315 a 100 membri, non viene più votato dai cittadini ma rappresenterà il territorio con sindaci e consiglieri regionali. I senatori non percepiranno l'indennità parlamentare, niente più "navetta" cioè doppia approvazione delle leggi, procedure più sobrie e svelte nei rapporti anche con l'Unione Europea ed altre realtà sovranazionali per la cura di problemi, rapporti e provvidenze.

Costituzionalmente il risultato del referendum non avrà alcun effetto sul governo che potrà proseguire nella sua attività di legislatura: Politicamente invece se prevarranno i "Sì" ne uscirà bene, con i "No" vincenti si potrebbe arrivare alla crisi con dimissioni. Nel qual caso sarà il Presidente della Repubblica a decidere cosa fare secondo la Costituzione.

Pare improprio e forviante fare di ogni erba un fascio utilizzando strumentalmente il referendum per confermare o mandare a case il governo, al di là dei suoi meriti od errori riferiti alla riforma approvata dal Parlamento o al suo operato più in generale.

Per quanto mi concerne voterò "Sì" perché ritengo che la riforma ben attuata contribuirà a migliorare il funzionamento dello Stato con vantaggi per tutti.

 

16 ott 2016

Grazie Dario.

Dario Fo premio Nobel 1997 per la letteratura è morto lo scorso 13 ottobre a novant'anni.

Attivo e vivace fino all'ultimo viveva come se l'amata moglie Franca Rame prematuramente scomparsa gli fosse ancora accanto continuando a condividere tutto della vita

Negli anni 70' del secolo scorso in Liguria, un pratone fuori mano, al sole attorniato da centinaia di giovani recitava il suo repertorio lasciando tutti noi indelebilmente impressionati dalla qualità dell'eloquio, dalla maestria con la quale aiutava a capire la vita e dal modo di comunicare con tutto se stesso.

Irriverente teneva a bada il potere con lo sberleffo di classe e la risata dissacrante e contagiosa. E indicava strade per giustizia, equità e solidarietà nuove al passo coi tempi.

Lascia un originale patrimonio di conoscenze insito nei suoi lavori e nelle coscienze di generazioni cui attingere per continuarne l'opera

Grazie Dario, ciao.

 

 

11 ott 2016

Finalmente lo si dice fuori dai denti.

Finalmente lo si dice fuori dai denti ed è il "Corriere Economia" del 3 ottobre scorso a scriverlo: il lavoro per tutti con le modalità che conosciamo sta scomparendo e qualcosa che lo sostituisca degnamente non è alle viste Eppure bisogna farcene carico fin d'ora perché questa è la sfida del nostro tempo.

Come se non bastasse ed in modo assai stimolante, la rivista "Internazionale" ha titolato la prima di copertina del 23 agosto scorso: "Come minimo una rendita per tutti. Se ognuno ricevesse dei soldi anche senza lavorare il mondo sarebbe migliore". E riporta un articolo di Rutger Bregman, De Correspondent, Paesi Bassi nel quale si da conto di come vanno le cose e di come potrebbero andare se si adottasse il "Reddito di uguaglianza".

Tutto questo m'ha ricordato uno slogan di Alberto Tridente stimato sindacalista Cisl di alcuni decenni fa; cito a memoria: "Lavorare meno lavorare tutti":

Lavorare cioè svolgere un'attività, manifestarsi col fare; indispensabile per ogni persona, non solo perché la nostra Repubblica democratica è fondata sul lavoro ma in quanto il fare consapevole è il tratto distintivo della nostra specie, della nostra personale unicità tanto più marcata ed esplicita quanto più è congeniale al fare di ognuno

Quindi svolgere lavori che ci piacciono aiuta l'autostima, gratifica, consente di partecipare a pieno titolo alla società degli umani definendosi e contribuendo all'altrui definizione.

L'insieme ordinato delle attività umane consente di produrre beni e servizi, cioè quanto serve per vivere bene tutti. Nel sistema capitalistico di mercato al lavoro viene riconosciuto un corrispettivo per accedervi; spesso ciò non avviene in modo equo e la povertà alligna nelle realtà interessate.

Da quanto sopra si deduce che la povertà è una ingiustizia non più tollerabile  sia umanamente che socialmente e per l'esistenza stessa del sistema che la causa.

Quindi ci si deve riorientare verso nuovi modi di intendere, considerare e svolgere il lavoro, da suddividere tra tutti remunerandolo in proporzione alle capacità ed apporti di ognuno; con un minimo comunque non inferiore a quanto occorre per condurre un'esistenza dignitosa.

 

 

4 ott 2016

Piano per l'Industria.

Viviamo tempi politici ed economici parsimoniosi con notizie positive seppure non eclatanti.

L'Istat ha messo ulteriormente a punto alcuni dati da cui emerge che la crisi, statisticamente parlando, è finita perché al nostro Pil è tornato il segno più.

Per dare corpo, vitalità, continuità a questo dato occorrono però investimenti privati e pubblici.

Quelli privati mobilitando le ancora considerevoli risorse disponibili e fruendo di prestiti a tassi convenienti.

Quelli pubblici ricorrendo a finanziamenti mirati dell'Unione Europea e convenendo con la medesima un utilizzo più flessibile del bilancio dello Stato; e intervenendo in modo significativo sul cuneo fiscale con i proventi di una più equa solidarietà sociale come suggerisce Eugenio Scalfari su "la Repubblica" del 25 settembre scorso.

In proposito è stato preparato un Piano per l'Industria che contiene tra l'altro incentivi fiscali per modernizzare gli impianti e migliorare la qualità dei prodotti con giovamento per la competitività e lavoro nuovo.

L'Italia ribadisce la propria disponibilità ad operare come Unione Europea sui problemi più impellenti: migranti, lavoro, pace, sicurezza, assumendo anche ruoli più incisivi in vista dell'uscita della Gran Bretagna dall'Unione a seguito del recente referendum.

Il debito pubblico che ci appesantisce e condiziona nelle scelte di politica economica, s'avvantaggia degli attuali bassi tassi di interesse da pagare ai creditori. Si utilizzino i risparmi per creare lavoro e opportunità di qualità per i giovani in particolare.

Poiché dobbiamo dare per assodato che solo con lo Stato funzionante, l'equità fiscale ed il lavoro buono si può fare ripartire su basi nuove l'Italia nel suo insieme.