L'opinione di Giovanni Saracco

11 ott 2016

Finalmente lo si dice fuori dai denti.

Finalmente lo si dice fuori dai denti ed è il "Corriere Economia" del 3 ottobre scorso a scriverlo: il lavoro per tutti con le modalità che conosciamo sta scomparendo e qualcosa che lo sostituisca degnamente non è alle viste Eppure bisogna farcene carico fin d'ora perché questa è la sfida del nostro tempo.

Come se non bastasse ed in modo assai stimolante, la rivista "Internazionale" ha titolato la prima di copertina del 23 agosto scorso: "Come minimo una rendita per tutti. Se ognuno ricevesse dei soldi anche senza lavorare il mondo sarebbe migliore". E riporta un articolo di Rutger Bregman, De Correspondent, Paesi Bassi nel quale si da conto di come vanno le cose e di come potrebbero andare se si adottasse il "Reddito di uguaglianza".

Tutto questo m'ha ricordato uno slogan di Alberto Tridente stimato sindacalista Cisl di alcuni decenni fa; cito a memoria: "Lavorare meno lavorare tutti":

Lavorare cioè svolgere un'attività, manifestarsi col fare; indispensabile per ogni persona, non solo perché la nostra Repubblica democratica è fondata sul lavoro ma in quanto il fare consapevole è il tratto distintivo della nostra specie, della nostra personale unicità tanto più marcata ed esplicita quanto più è congeniale al fare di ognuno

Quindi svolgere lavori che ci piacciono aiuta l'autostima, gratifica, consente di partecipare a pieno titolo alla società degli umani definendosi e contribuendo all'altrui definizione.

L'insieme ordinato delle attività umane consente di produrre beni e servizi, cioè quanto serve per vivere bene tutti. Nel sistema capitalistico di mercato al lavoro viene riconosciuto un corrispettivo per accedervi; spesso ciò non avviene in modo equo e la povertà alligna nelle realtà interessate.

Da quanto sopra si deduce che la povertà è una ingiustizia non più tollerabile  sia umanamente che socialmente e per l'esistenza stessa del sistema che la causa.

Quindi ci si deve riorientare verso nuovi modi di intendere, considerare e svolgere il lavoro, da suddividere tra tutti remunerandolo in proporzione alle capacità ed apporti di ognuno; con un minimo comunque non inferiore a quanto occorre per condurre un'esistenza dignitosa.

 

 

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