L'opinione di Giovanni Saracco

24 apr 2018

Fa male ricordare. Fa più paura dimenticare.

David Grossman scrittore israeliano ha tenuto recentemente a Tel Aviv un discorso in occasione del settantesimo anno dalla fondazione dello stato ebraico, riportato integralmente da "la Repubblica" del 19 aprile scorso.

Un contributo essenziale lungo il travagliato drammatico percorso due stati per due popoli in pace nella libertà.

Ne riporto brani salienti.

Io e la mi famiglia abbiamo perso nostro figlio Uri in guerra, un ragazzo simpatico, intelligente, pieno di humour. Anche adesso, quasi dodici anni dopo la sua morte, faccio fatica a parlare di lui in pubblico.

La morte di una persona cara è anche la morte di una intera cultura personale e unica, con un suo linguaggio, un suo segreto. Una cultura che non ci sarà più, e non ce ne saranno altre uguali.

È indescrivibilmente penoso trovarsi di fronte a questo “no” assoluto. Ci sono momenti in cui questo “no” risucchia dentro di sé quasi tutti i “si” e tutto ciò che c'è. È difficile ed estenuante combattere continuamente contro la forza di gravità della perdita. Ed è difficile separare la memoria dal dolore.

Fa male ricordare. Fa più paura dimenticare.

E com'è facile, in una situazione del genere, arrendersi all'odio, alla rabbia, alla voglia di vendetta.

Ho scoperto, però, che ogni volta che sono tentato dalla rabbia o dall'odio perdo contatto con mio figlio. Qualcosa del mio legame con lui si chiude in maniera ermetica.

Ho preso quindi una decisione, ho fatto la mia scelta. E ho l'impressione che chi si trova qui stasera abbia fatto questa stessa mia scelta. [….]

Noi israeliani e palestinesi, che nelle nostre guerre intestine abbiamo perso chi ci era caro forse ancor più della nostra stessa vita, siamo condannati a toccare la realtà attraverso una ferita aperta. E chi è rimasto ferito in questo modo non può farsi illusioni. Chi è rimasto ferito in questo modo sa quanto la vita sia fatta di grandi rinunce, di compromessi infiniti. […]

Mi auguro che numerose generazioni di figli, di nipoti e bisnipoti che vivranno qui in sicurezza, in pace, in operosità […] a fianco di uno stato palestinese indipendente, celebreranno la sua esistenza ancora per tanti anni. E mi auguro che qui si sentano “a casa”. […]

Potremmo riassumere in una breve frase la soluzione per le complesse relazioni israelo-palestinesi: se i palestinesi non avranno una casa, non l'avranno nemmeno gli israeliani. […] Una casa in cui la vita sia a misura d'uomo. Un uomo che deve sentire di vivere in un posto che non è corrotto, aggressivo e avido ma pragmatico ed egualitario. In uno stato che si preoccupa semplicemente del benessere dei suoi residenti, con indulgenza e tolleranza verso tutti i modi di essere israeliano. […]

È lecito sognare. È lecito anche rimanere sbalorditi dai risultati ottenuti. Israele merita che si lotti per esso. E auguro le stesse cose ai nostri amici palestinesi: una vita indipendente, libera, pacifica. E la costruzione di una nazione civile.

Spero che tra settant'anni i nostri nipoti e bisnipoti, israeliani e palestinesi, si ritrovino qui a cantare il loro inno nazionale. Ognuno il proprio. C'è una strofa, però, che potranno cantare insieme, in ebraico e in arabo: “… essere un popolo libero nella propria terra”. Forse, allora, questo augurio sarà finalmente realtà per entrambi i popoli.

 

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