L'opinione di Giovanni Saracco

11 lug 2013

Dall'amore che continua misteriosamente a fluire attraverso la memoria di lui.

Tito Traversa di Ivrea aveva 12 anni e praticava l’arrampicata libera in montagna. È morto a seguito di caduta durante un allenamento con coetanei ad Orpierre in Alta Provenza. Era tra i più bravi al mondo in questa disciplina sportiva già praticata da suo papà Giovanni; la mamma Barbara sosteneva entrambi nella loro passione.

Per Tito non si trattava tanto di compiere delle imprese, quanto più semplicemente partecipare ad un gioco che gli piaceva ed in cui eccelleva.

Al talento naturale univa accortezza, scrupolo, prudenza, certo adolescenziale.

Papà e mamma lo hanno affidato agli istruttori che accompagnavano il gruppo nella scampagnata oltre confine: perché lì c’è un’attraente palestra naturale con difficoltà alla portata di tutti i partecipanti.

Al momento di partire le presumibili raccomandazioni, più rituali che sostanziali, perché lui sapeva come comportarsi in uno sport nel quale ogni arrampicata è un unicum esaltante di difficoltà superate da gustare, insieme alla libertà ed alla gioia di vivere.

Ho letto che il primo che sale prepara il percorso: forse è toccato a lui. Era dotato di un’attrezzatura idonea e collaudata, ma probabilmente ha utilizzato quella di un’amica.

Nell’arrampicata, a venti metri d’altezza qualcosa va storto: Tito cade e sbatte la testa non protetta dal caschetto.

Immediatamente soccorso e ricoverato in ospedale ha lottato per tre giorni insieme a mamma e papà.

I suoi organi donati consentono a ragazzi prima in pena di scalare a loro volta la vita e gioirne.

Ai genitori rimane lo straziante dolore della separazione, mitigato dall’amore che continua misteriosamente a fluire attraverso la memoria di lui.

 

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