L'opinione di Giovanni Saracco

17 gen 2013

Iperpolitica.

“Macché antipolitica, è iperpolitica. Dietro le polemiche più furibonde rivolte contro i partiti e le istituzioni rappresentative c’è la pretesa assolutamente irrealistica che lo Stato possa risolvere qualsiasi problema”. E’ il titolo dell’articolo di Umberto Curi su “La Lettura” supplemento del “Corriere della sera” 13 gennaio scorso, in cui è efficacemente riassunto il pensiero dell’autore che sostiene sia tutto frutto di “dimenticanza”.

Successe già ai compagni di Ulisse (Omero, Odissea), approdati in un’isola sconosciuta furono accolti dagli ospitali abitanti che offersero il loro cibo abituale: fiori di loto. Che tanto piacque da indurli a rimanere, dimentichi che il loro scopo era di proseguire sulla via del ritorno in patria.

Platone spiegava che siamo portati a dimenticare in un mondo che “gira alla rovescia”, di cui “Dio ha abbandonato la barra del timone, e perciò non ci conduce più al pascolo” ma lascia a noi il compito di “guadagnarci la nostra sopravvivenza” con la tecnica e la politica tenendo conto che quest’ultima è “una medicina che intossica, un rimedio inevitabilmente parziale”.

“Thomas Hobbes ribadirà a suo modo l’assunto platonico. Non vi è proprio nulla di naturale, né ancor meno di divino, nella politica […]. Il contratto fra lo Stato e i cittadini […] è fondato piuttosto sul realistico riconoscimento che l’unica alternativa alla politica è la guerra” di tutti contro tutti.

Si può quindi evidenziare che è errato “pretendere che la politica funzioni come rimedio assoluto, come farmaco senza effetti tossici”.

E chiosare che convivere con questi limiti della politica non significa però accettarne per buona una qualsivoglia, ma solo quella che, nel momento storico in cui si vive e considerato quanto dianzi accennato, dà ai problemi la soluzione migliore possibile.

 

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